Cronoche da un alveare di cemento


alveare di cemento

 

Era come un enorme alveare di cemento, disteso al suolo, sovrapopolato, degradato fino al misticismo. Ci ero andato a vivere quando avevo circa undici anni, all’ inizo delle scuole medie. E una lenta ribellione, un rifiuto e soprattutto una viscerale vergogna continuavano a crescere in me con ogni anno che passava. Molte volte non davo il mio indirizzo completo a meno che non fossi costretto. Il più delle volte mi limitavo a fornire la mia zona di Roma in generale, magari scegliendo una grande e meno imbarazzante strada principale. Vivo a Torrevecchia, Monte Mario, o Pineta Sacchetti, dicevo io. Perfino Boccea, che era qualche chilometro distante ma almeno aveva dei negozi decenti con i quali la maggior parte delle persone poteva riconoscersi senza avanzare dei preconcetti sociali che io proprio non riuscivo a mandar giù. Durò per anni, una dozzina d’ anni, finché io non cominciai a frequentare e viaggiare, persone e luoghi sempre più distanti. Sfuggivo, ma senza troppe speranze, più che altro somigliante ad un animale braccato dalla foresta in fiamme.

Eppure solo dopo anni e anni in cui le avversità della vita mi avevano forgiato impietosamente, solo dopo molto tempo, mi resi conto che quella apparente povertà nel degrado era stata invece la mia fonte di arricchimento personale e artistico: i bravi ragazzi di buona famiglia non hanno questa fortuna, questa fame disperata di rivalsa, la determinazione che ti porta a scrivere a tutti i costi viaggiando, scappando e rischiando anche di morire se necessario mentre tenti di diventare uno scrittore. Sono purtroppo costretti invece a scrivere cosuccie sdolcinate dai loro attici con tutti i comforts e tutti gli altri gadgets alla moda forniti dai loro papà, che sono liberi professionisti di successo. Robe sentimentali e ovvie. Senza potenza, senza dolore o amore estremi. Tiepide e grigie, o con dei colori pastello e un po’ sbiaditi… Non hanno il polso vero della situazione e della condizione umana. Non hanno mai guardato in faccia e negli fissato occhi la disperazione o la follia di un giorno qualsiasi.

Per questo ora, quando mi chiedono se rimpiango o se avessi preferito una vita più facile crescendo, io rispondo: “No, certo che no! Perchè anche tutti i grandi del passato che ho amato hanno avuto lo stesso difficile percorso da dover sopportare, resistere e sconfiggere.”

Una parola dopo l’ altra, una pagina dopo l’ altra, voltata a pugni chiusi.

 

Tratto da: ” Sette storie randagie”  –

“Eravamo come api dentro l’ alveare. Un alveare di cemento dal quale ronzavamo fuori, chiassosi. Diretti via. Verso le nostre vite

poco soddifacenti. I lavori duri e/o sottopagati. O nessun lavoro. Piccoli traffici, o non abbastanza soldi neanche per quello.

La disfatta di tante vite e famiglie che non vedrai mai in una pubblicità in televisione. Campare per tirare avanti fino alla fine

del mese, coi soldi contati e la sconfitta come un cappotto bagnato in gennaio, lungo una strada di pazzia a volte divertente fino al

punto di commuoverti.”

 

Emanuele Somma

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