Tonno in scatola e follia


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Ad ogni re la sua corona. E con essa il suo peso. A me invece una scatola di tonno per diadema.

In certe notti  sembrava proprio che la follia e la comicità rivaleggiasero sullo stesso campo di battaglia: me. Non ridete, ma uno deve per forza scriverne sopra, con una vita del genere… Non serviva tanta immaginazione dopotutto, le avventure e le disavventure, specialmente quelle più estreme di gioventù, ti arrivavano dritte in fronte da sole. In questo particolare caso mi ritrovavo a vivere in Saint Martin, ai caraibi, (deve per forza essere là che ho scritto questa poesia) poco più di una dozzina di anni fa.  Me ne ero dovuto andare ai caraibi per forza, dopo essermi rotto le palle di lavorare in un albergo, prima al room service poi alla reception poiché parlavo una manciata di lingue. Ma lavorare anche di notte a volte per una mediocre paga, come lo sono quasi tutte del resto, in piena Roma-pazzia, per poi tornarmene in una delle zone più malfamate della medesima. Tutto questo era troppo per me. Impazzivo all’ idea che quella routine sarebbe potuta durare una vita intera.

Ero così diretto a Saint Barth, ma feci scalo a Saint Martin che era un’ isola ben più folle e indicata per me, e ci rimasi quasi sei mesi. Non avevo molti soldi, puoi scommetterci, e la vita era estremamente cara su quell’ isola.    L’ unico alloggio che potevo o volevo permettermi all’ inizio era scandaloso: un piccolo uomo d’ affari jamaicano, Mr. Raymond, mi affittò una grossa stanza senza cucina, acqua corrente o aria condizionata. Era all’ ingresso del suo piccolo complesso sulla baia, dove lui viveva e aveva un piccolo ristorante. Nel retro c’ erano quattro minuscole abitazioni che solo i locali con pochi soldi e speranze avrebbero occupato per qualche centinaio di dollari al mese. Io ero uno di quelli. Non avevo ancora trovato lavoro in nessuno dei ristoranti europei che erano disseminati sull’ isola, per lo più francesi, e non avevo altra scelta a parte sopravvivere alla meglio. L’ acqua dovevo prenderla fuori dal rubinetto centrale, per lavarmi e per le necessità del piccolo bagno scuro e senza luce. Avevo un letto duro, un mobiletto scassato di vimini con un piccolo tavolino e una sedia. Un frigorifero basso, e per finire un ridicolo, gigantesco, ventilatore di metallo alto quasi quanto me, che sembrava uscito da un set cinematografico degli anni ’40. Mi guradava da un lato della stanza come un enorme occhio di mosca. Faceva un caldo incredibile là dentro, al piano terra e senza ventilazione naturale. Io ero uscito tutto il giorno per cercare lavoro senza successo, e la follia ed una scatola di tonno e crackers erano sul piano della cucina ad aspettarmi in casa quella notte.

Ma per fortuna lo fecero insieme a questa poesia…

 

 

Tonno in scatola e follia

 

 

per aprire una scatola di tonno

in questa notte ridicola e scandalosa

mi sono dovuto tagliare un dito:

il medio della mano sinistra,

non ho cerotti dentro casa

e così devo ricorrere a un vecchio trucco casalingo:

un tovagliolo di carta intorno alla ferita

tenuto con il nastro isolante nero da elettricista

ed ecco fatto:

un rudimentale cerotto,

un’ anima votata al disastro e al castigo,

ma almeno per ora

posso mangiare quei maledetti

170 grammi di tonno

senza sgocciolare

sangue nel piatto,

e posso tornare a

SCRIVERE & SCRIVERE

ANCORA & ANCORA

come un pugile suonato

che non ne voleva sapere

del ritiro e dei K.O. subiti,

scrivere era cibo & bevande & soldi & donne

quando tutte queste cose non c’ erano e

quando invece avevo ogni cosa volessi,

scrivere era

dipingere con le parole

una musica ipnotica della mente,

la melodia che riusciva a incatenare

i pensieri ad un palo con lucchetto e Kriptonite

e lasciava me libero da tutto il resto:

quello che c’ era e

quello che sempre mancava

da qualche altra parte.

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