La loro Africa


3 afrika

Vivono da cani, muoiono come mosche… È l’ Africa che ho visto io stesso. Quando avevo solo una ventina d’ anni ho vissuto in Africa dell’ Ovest per quasi un anno. Di lavoro in Italia ce n’ era rimasto ben poco dopo che con MANI PULITE qualcuno aveva deciso finalmente di fare la cortesia di tirare lo sciacquone nel cesso della economia e politica italiana. Purtoppo, anche se necessario, ci ritrovammo tutti con le braghe tirate giù e la famigerata  ” mutanda sporca” per il piacere degli occhi del mondo intero. Trovai a fatica un lavoro per una grande compagnia di costruzioni italiana, dopo essere perfino stato raccomandato, che aveva vinto un appalto internazionale nel bel mezzo della foresta africana, nella Repubblica di Guinea. Per essere precisi eravamo intenti a costruire una enorme diga e centrale idroelettrica nella jungla, sul fiume Konkouré, un piccolo affluente del Niger. Il più vicino villaggio distava dal nostro campo espatriati solo un paio d’ ore di jeep da trascorrere su un sentiero di terra rossa che era stato approssimativamente asfaltato alla meglio. Fino alla prima pioggia torrenziale, che non tardava mai in primavera/ estate e ci creava un bel casino. Le pioggie erano anche il propellente naturale per le zanzare africane, che trasportavano il parassita della malaria. Ovviamente, un giovane e folle aspirante scrittore come me se ne fregava. Quindi, dopo il lavoro e qualche drink di troppo, finalmente un sabato notte mi ritrovai (non mi chiedere dettagli) fuori dal nostro campo, senza chiavi di casa -che avevo perso al dancing dell’ accampamento dei Guineani che lavoravano al proggetto- e troppo orgoglioso ed ubriaco per chiedere aiuto al direttore di cantiere in piena notte. L’ unica soluzione plausibile nella mia mente intossicata sembrò quella di dormire su una delle sdraie imbottite della piscina del campo. All’ aperto…

La mattina dopo fui svegliato da un paio di capre marroni e nere, e dal rumore di alcuni Guineani della manutenzione. Uno di loro aveva in mano un serpente a penzoloni morto. Verde, e con delle bellissime chiazze arancioni, mentre pochi altri risistemavano e pulivano attorno a me senza prestare attenzione. Certo, ero stato colpito da svariate punture di zanzare sulle gambe e le braccia. Dopo alcuni giorni una febbre alta preceduta da mal di testa, ossa e quasi tutto il resto del corpo, con nausea, diarrea, e crampi, annunciavano che mi ero ufficialmente preso la malaria. Rimasi chiuso nel mio piccolo bungalov T-14 solo per tre o quattro giorni, poi tornai al lavoro. Molte di quelle notti le trascorrevo solo, scrivendo poesie e prendendo appunti per un romanzo che successivamente avrei scritto con il proposito di narrare quella allucinante, caotica, anarchica e disfunzionale, tragica eppure bellissima Africa che avevo visto. Un posto dove i bambini hanno solo pietre e palle bucate per giocare, le donne sono state quasi tutte delle prostitute, violentate, o hanno subito amputazioni della clitoride, dove gli uomini non hanno lavoro o sono in guerra o nel bel mezzo di una rivoluzione politica. Eppure, tutti quanti ballavano apparentemente felici al suono della prima nota della musica che era ovunque. Eppure, chiunque poteva dal niente sorprenderti con il più glorioso e raggiante dei sorrisi. E come poi scoprii ben presto, questa era stata solo la prima disavventura capitatami in Africa. Ma queste sono tutte altre storie…

Una poesia scritta nella mia baracca T-14:

Delirio equatoriale

Avevo già sperimentato
quell’ andatura forte-tragica
che mi spostava
nelle notti dure
come due diamanti negli zigomi,
ma questa notte bagnata all’ equatore
mi piove addosso
diagonale e chiara
dopo una luce fissa gialla e poi grigia,
e infine dal buio,
per tutti il buio,
ci avrebbe asciugati e vestiti,
digerito le nostre vite e anime,
di tutti noi, esseri umani,
fragili come una gelatina di limone,
obbligati a scioglierci
in una bocca di morte.
Qualcuno avrebbe preso anche me,
sorprendendomi
mentre sognavo
solo l’ aria
che
precipitava
sotto le ali tese
dei falchi immobili,
la loro apocalisse perfetta,
e in quel cielo,
la luna lanciava baci umidi
agli animali
ancora svegli.

 

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