L’ altra Miami Beach: true story, free story


hurricane fl

Questa mia storia è un altro racconto a proposito di una Miami Beach quasi sconosciuta. L’ altra Miami beach degli outcasts, degli underdogs, quella vera Miami sotto gli occhi socchiusi di tutti quelli che non vogliono guardare l’ altra faccia di una verità senza trucco, senza auto e appartamenti di lusso, senza cene da mille dollari. Senza il nome scritto nelle liste dei privé del club Mansion, il Liv, o         dell’ Opium Garden e Nikki Beach. Molti di questi personaggi non hanno un nome o una voce. Eppure, li incontri dovunque e a qualsiasi ora nel centro della città, specialmente in piena stagione turistica quando altrove faceva troppo freddo per essere senzatetto.

E come si sa, l’ unico dovere che abbiamo nei confronti della storia, o di una storia, è quello di riscriverla.

John Baptiste senza gambe

Il lungo palazzo creava circa un metro d’ ombra sul marciapiede rovente delle prime ore pomeridiane a Miami Beach. Nel profondo sud della Florida faceva troppo caldo, c’ era troppa umidità, e per rendere le cose ulteriormente più insopportabili, quei miei pantaloni neri e quella camicia a maniche corte nera creavano una compatta uniforme di sudore che non potevo allontanare dalla pelle, rendendomi come un cobra sudato e folle, incapace di liberarsi dell’ecdisi.
E dall’ altro lato della strada era anche peggio: il sole batteva contro il muro e non c’era neanche quella mera striscia grigia di inconsapevole refrigerio. Per lo meno, all’ interno del nostro launge di sigari, cibi e bevande, avevamo un efficiente sistema di aria condizionata, e ghiaccio a volontà. Sull’ uscio una statua di legno d’ indiano pellerossa di circa due metri con tanto di penne in testa e un robusto braccio marrone immobile e ottuso, mimando il gesto di saluto militare, accoglieva fumatori di sigaro e clienti del bar. Io andavo avanti e indietro tutto il pomeriggio fino alle undici. Portando vassoi con bevande, ma anche piatti di antipasti e insalate, panini, bicchieri di vino, birre, o pulendo gli smisurati posacenere per sigari e sigarette. A volte tagliando un sigaro per i miei affezionati clienti. Ero incaricato dei pagamenti dei tavoli e gestivo uno o due busboys sudamericani o centroamericani che mi aiutavano col servizio. Per questo mi chiamavano “floor manager”. Il proprietario, Joey, era originario di New York, un italo-americano-di origine siciliana, poco fuori Palermo. Una perfetta faccia da mafioso con due baffi neri di maresciallo. Ma mi aveva accolto quasi da amico, e con uguale nostalgia del Belpaese. Avevo aperto quel locale con lui fin dal primo giorno e la mia paga era buona, più un po’ di mance per arrotondare. Potevo mangiare e bere, era offerto dalla casa. E il locale era a soli 5 minuti di scooter da casa mia. Dopo tutto ero riuscito a migliorare la mia situazione di vita: ero passato dal camminare alle biciclette, che puntualmente mi facevo fregare e che poi dovevo ricomprare in strada rubate io stesso, andando dal mio amico abuelo nei pressi della settima strada, dove avevo vissuto. C’ era un florido mercato sotterraneo di biciclette rubate a Miami, e noi ce le passavamo attorno per 20$. Finalmente comprai uno scooter che feci intestare a nome d’ un amico: uno scooter cinese rosso nuovo di zecca. Mi ero concesso un lusso niente male. L’ unico problema era che i motorini cinesi erano un lusso che durava poco: facevi 5 o 10,000 km e qualche cosa ti si rompeva fra le mani. E a quel punto era molto più conveniente ricomprarne uno nuovo anzichè tribolare con riparazioni e pezzi di ricambio.  Di solito quando era molto calmo là fuori io mi mettevo vicino al mio pellerossa di legno e cercavo di attirare ignari clienti, specialmente le ragazze appena venute dalla spiaggia che si trovava giusto in fondo alla strada, oppure dirette verso i loro alberghi in stile art deco. Era come gettare un amo in un fiume sovrappopolato di pesci in bikini ed occhiali da sole. E quasi tutte le settimane una o due finivano in padella. Con la pratica il rapporto tra impegno e risultato si accorciava sempre di più, fino al punto in cui l’ impegno diveniva vicino allo zero: un paio di battute semplici, buffe, con perfetto tempismo e sempre accompagnate da un sorriso malizioso e abbronzato, ed il risultato finale era spesso positivo.
Ma stavolta dall’ altra parte della nostra stazione con dieci tavoli e due ombrelloni c’era un uomo su una sedia a rotelle, con un berretto e la barba lunga. Senza entrambe le gambe. Mi avvicinai a lui con un sorriso leggermente diverso poichè mi guardava con due occhi chiari e spiritati. Gli occhi di colui che ha visto e fatto vedere la morte. Joey non voleva nessuno dei barboni di Miami Beach attorno al nostro locale, eppure erano dovunque vicino Lincoln Road e Washington Avenue, specialmente durante la stagione invernale.   “È male per il business Manuè ” mi diceva Joey fumando uno scuro e pungente sigaro del Nicaragua.     “Va bene farò del mio meglio,” rispondevo io.
Ma ero sempre stato gentile e odiavo dover far allontanare la maggior parte degli homeless, specialmente quelli che non erano degli ovvi drogati, giovani truffatori che si approfittavano della situazione e rovinavano tavoli, sedie o quant’ altro.
“Hi my boy” disse lui.
“Come stai?” Notai i due moncherini che una volta erano state due gambe.
“Non posso risponderti così su due piedi!” Scoppiò a ridere.
“No, intendo dire, hai bisogno di qualcosa?”
“Vi do fastidio se chiedo l’ elemosina qui in un angolo?”
“No, affatto. Ma se questo tavolo accanto a te viene occupato potresti solo spostarti un pò in là , in caso diventiamo busy?”
“Certo giovanotto!” Gli passai due o tre biglietti da un dollaro.
“Buona fortuna allora, questi sono un incentivo per il tuo bicchiere vuoto…”
“Grazie, come ti chiami?” Aveva occhi verdi, rabbiosi e intelligenti.
Ci presentammo: Manny e John. John Baptiste Mc.Nulthy.
Era un reduce della guerra in Vietnam come diceva la targhetta plastificata che portava al collo, e divenne presto il mio miglior amico a Miami. Quella stessa sera John ripassò poco prima della chiusura. Gli chiesi se voleva una coca-cola. Prese quella bibita. Sembrava essere esausto, e con poca lucidità rimasta a disposizione. Come appresi poi in seguito, entrambi gli arti erano stati amputati circa un anno prima a causa del diabete di cui soffriva da anni e non durante il Vietnam, come avevo già dipinto io nellla mia mente dopo aver visto probabilmente troppi film di Hollywood.
Il dolore era ancora insopportabile e per questo Jonh doveva ricorrere a una varietà di antidolorifici sintetici e non. Pillole, erba, alcool, oppiacei.
Non era raro vedere John in varie parti della strada vicino un angolo tranquillo, addomentarsi a tratti con la testa a penzoloni, cedendo al sonno ed al peso della fiaccante condizione fisica di estremo abbandono. Sprofondato come in un brodo di miseria a cottura lenta. Altre volte era invece di ottimo umore ed entusiasmato da alcune conversazioni o proggetti bizzarri ai quali noi due sembravamo sempre ricorrere come antidoto alla noia, alla quotidianeità di Lincoln road e la sua visto-sa popolazione in costante e superficiale passeggio.
“John, come ti senti?” gli passo qualche dollaro che lui pone via velocemente.
“Meglio, amico mio, ero all’ospedale dei Veterani per qualche giorno…”
Aveva ancora il bracciale di plastica del VA Hospital di Miami.
“Che ti hanno detto i dottori?” chiesi io preoccupato.
“Mi chiamano il miracolo sulla sedia a rotelle” scoppiò in una rauca risata.
“L’ unico dottore di cui ho bisogno è Céline!” Aggiunse.
“Louis-Fredinand Destouches…” Gli sorrisi.
“Ti rendi conto che in questa intera strada gli unici che lo conoscono e lo hanno mai letto siamo noi due?” Era rallegrato dalla mia risposta, poi però un piccolo particolare interruppe la nostra conversazione etteraria. Aveva in mano un piccolo crocifisso di corda consumata. Gli chiesi cosa fosse.
“Questo è quello che ricevi quando entri nel penitenziario di Stato in Luisiana, in parte perchè una volta dentro la fede e la preghiera è tutto ciò che ti resta…”
Sapevo che a tarda ora John sedeva davanti la chiesa comunale sullo stesso lato del nostro marciapiede, a meno di due blocchi di distanza. C’ era una bellissima immagine di Cristo su un colorato mosaico di vetri che si intravedeva dalla strada, e John sedeva là davanti per pregare il rosario.
Era cattolico, irlandese di origine, e sembrava quasi aver trascorso una missione di prova all’ inferno prima ancora del tempo previsto.
“Chiudo fra mezz’ ora, vuoi un piatto -alla John- prima di salutarci?”
Oh, yeah, I love the John’s plate!” Rispose.
Il “John’s Plate” come lo chiamavamo noi, era un contenitore di plastica a portar via che io riempivo con quello che avevo a disposizione quel giorno stesso nella stazione dove preparavamo gli antipasti e le insalate: qualche fetta di salumi, tre o quattro di formaggi misti, alcune olive e pomodori accompaganti da qualche fetta di pane delle nostre baguettes. Un antipasto da strada vero e proprio, che insieme alle mie mance mi rendeva tranquillo che lui avesse abbastanza per tirare avanti fino al giorno seguente. Di contante ne rimediava. A volte era anche costretto a nasconderlo sotto il cuscino della sedia a rotelle, ed era pronto a difenderlo con un affilato coltello, anch’esso nascosto tra i suoi pochi possedimenti ambulanti
e altre cose riposte nello zaino dietro lo schienale. Era sempre contro un muro.
Riceveva mensilmente un piccolo assegno dal governo che da solo serviva poco alla sopravvivenza di un invalido senzatetto come John.
Un paio di volte mi chiese di depositare per lui nel mio conto in banca quasi un centinaio di dollari, in modo da non essere derubato in strada di notte, quando si addormentava oppure era sotto l’effetto delle medicine o droghe. Durante quelle serate in strada parlavamo di tutto: di Dio, o della scrittura, della vita , la morte, e di donne, le droghe, le sue esperienze -aveva vissuto in Jamaica quando era un trafficante- mi parlava della gente del Dalai Lama che lo aveva incontrato, e dei tre segreti di cui lui era custode, di uno di essi almeno, riguardo il Gesù nero, di un tesoro nascosto in California dietro un muro in una biblioteca. Mi disse di aver ucciso.  E poi di arte: era stato uno scultore promettente un tempo.
Dei lavori, oppure dei tempi senza nessun lavoro. Di soldi che non avevamo.
Un paio di volte sparì via, per andare in California all’ inseguimento di quel mucchio d’ oro che era nascosto. Di che altro potevano mai parlare due malati di mente come noi? Alle volte fumavamo insieme in mezzo alla strada quando ero solo al lounge e nessuno era attorno. Acquattati dietro un angolo vicino al negozio per evitare di essere visti e a riparo dal corridoio di brezza che soffiava in strada.
Andò avanti così per oltre un anno con brevi interruzioni. La sua salute stava degenerando sempre più, e io stavo diventando stanco di quel continuo lavoro sei giorni su sette. Una notte poi venne fuori il locale dopo un’ assenza di oltre una settimana. Non aveva un telefono, ed io ero costretto a chiedere in strada ad altri barboni o conoscenti. Nessuno sapeva niente.
John poteva essere come un ninja senza gambe su una sedia a rotelle manuale.
“Sono stato occupato, finalmente un po’ di fortuna ragazzo mio!”
“Ne avevi bisogno John, raccontami…”
“È una lunga storia, mi serve un favore…ti spiegherò. Devo andare.” E così fu.
Ma non come mi aspettavo io. Dopo il lavoro John mi telefonò chiedendomi di raggiungerlo all’ angolo di Washington Avenue e Lincoln Road. Presi il motorino e tornai indietro in meno di dieci minuti. Lo vidi.
“Andiamo verso la spiaggia, Manny.”
Ci fermammo là vicino, in una posto dove l’odore del sale e del mare nella brezza tiepida della notte              d ’estate, l’ umidità, quasi visibile nei crateri della mezza luna all’ orizzonte lievemente rafforzata artificialmente dall’ arancione dei lampioni, avevano avvolto tutto intorno. Potevo sentire il movimento delle persone e le auto in lontananza, eppure sembrava che nessuno se ne rendesse conto a parte noi.
“Guarda che ho qui…”
In mano aveva un tovagliolo di carta, che avvolgeva una pietra quadrata verde.
“Questo è chiamato Chango, l’ho trovato in strada.” Era uno smeraldo verde e oro raffigurante la divinità guerriera e una catena, anch’essa d’oro giallo.
“WOW” Feci io. “Sei sicuro sia roba pulita?”
“No. E c’è anche dell’ altro: devi farmi un favore: prendi questi e tienili con te.”
Prese biglietti da cento, venti, dieci. Li contammo: 890$.
Ci salutammo dopo poche altre spiegazioni.
Eravamo vicini a una cabina del telefono. Con una chiave incisi sul muro“890”.
“Così non ci sbagliamo,” dissi io, “che altro posso fare per te?”
“Niente, prendi i soldi e aspetta.” E ci voltammo le spalle.
Non so cosa mi aspettassi, ma dopo giorni, settimane e mesi interi, dopo aver interpellato tutti i senzatetto di Miami Beach, non ebbi mai nessuna risposta.
Sono ancora qui che aspetto di restituirgli i suoi 890$
e i vari anni di saggezza
scambiati in mezzo a una lunga strada assolata
senza un’anima viva attorno.

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